Di come uscire da 4 ore e mezza di treno completamente fatti e a titolo assolutamente gratuito: prima puntata.
Salgo a Pisa sull’interregionale per Milano.
Esattamente un quarto d’ora dopo, la stazione di Viareggio.
Sale LUI.
Tamarro medio, facilmente identificabile dall’abuso di gel effetto bagnato su caschetto tagliato netto all’altezza delle orecchie. Altro accessorio nondimeno allarmante, sciarpa del Milan, penzolante su canottiera bianca a sua volta sovrapposta ad un petto bastevolmente nerboruto.
Età non più di trenta.
Siede qualche posto più in là. Mentre mi trastullo osservando in giro come faccio di consueto, noto che mi sta puntando.
Temo quel che effettivamente presto si rivelerà, ovvero che sia l’ennesimo personaggio in cerca di amici da treno per farsi passare la durata del viaggio e che troverà una qualunque scusa del cazzo per non mollarmi fino alla stazione di Milano.
Premetto che, a differenza della norma, non sto scrivendo in presa diretta davanti al soggetto ma a distanza di qualche giorno; presto capirete per quale motivo a questo giro non ho colto propriamente la palla al balzo. In ogni caso, perdonatemi per l’omissione di qualche particolare a partire dall’approccio del tizio e, chiaramente, dal suo nome, rimosso circa cinque secondi dopo le presentazioni.
Insomma, dopo avermi puntata mi attacca bottone in qualche maniera che proprio non mi sovviene e, dopo aver cambiato posto per raggiungermi nel mio quartetto, rivela a chiare parole che “non ci sta provando ma si annoia sul treno da solo”.
Rispetto la franchezza e non trovo nulla di sconcertante nel fare quattro chiacchiere sul vagone, dunque non vedo perché fare la preziosa anche se già sulle prime il mio retaggio supponente mi manda segnali allarmanti di trovarmi davanti ad un becero di dimensioni cosmiche.
Inizia, come da copione del buon logorroico, a parlarmi della sua vita.
Scopro che è un nativo milanese trasferitosi a Viareggio dove svolge onesto lavoro di muratore. Si tocchiccia la pelle delle braccia per farmi vedere “quant’è abbronzato”, perché “vedi, io in una città come Milano non ci posso stare, cioè, io sono nato per il mare, io senza il mare muoio, non me ne frega niente se faccio un lavoro del cazzo e mi pagano poco, io devo stare al mare e devo stare in Toscana, perché vedi, qui la gente è aperta, cazzo, ci puoi parlare, mica come i milanesi”. (Come dargli torto d’altronde, penso io, che ho fatto invece l’esatto contrario e me ne pento effettivamente ogni giorno della mia esistenza).
Una cosa veramente fastidiosa di questo tizio, è il fatto che inserisca circa ogni tre parole l’intercalare “neh”, in una dose e con una fierezza che non ho mai sentito nemmeno dal più brianzolo dei brianzoli: per rispetto nei vostri confronti, ometterò questo particolare nel riportarvi i suoi discorsi, ma vi invito a ricordare che mai, neanche una volta, ne ha evitato l’utilizzo per più di due periodi consecutivi. La Toscana gli sarà anche entrata nel cuore, non lo metto in dubbio, ma di certo non gli è entrata nel modo di parlare.
Cercando di mostrarmi interessata, gli domando che stia andando a fare di sabato verso Milano, domanda che di lì a poco mi provocherà un disastroso pentimento: “sto andando a vedere il Milan“.
Ecco dunque partire una sciorinata di romanticherie calcistiche di quelle che ti fanno venir voglia di debellare la razza umana: mi racconta di come, nonostante, tutto non riesca a stare più di 15 giorni lontano dal Meazza e di quanto soffra ogni qual volta non riesca ad andare a vedere di persona una partita della sua squadra del cuore.
Nenie degne della peggior scuola media di profonda periferia su quanto grande possa essere l’amore per una squadra di calcio, perché “vedi, noi tifosi agli occhi della gente normale sembriamo pazzi, ma ti assicuro che quando ci sei dentro è come una donna, una donna che non ti tradisce mai e ogni incontro è come fare l’amore e senti un brivido che non senti con nessun altra cosa“, etc etc.
Ora, io non sono una di quelle persone che disdegna il calcio come fosse un uxoricidio e a tratti alterni ho anch’io i miei periodi di timido interessamento (prego soprassedere sui miei gusti in materia, che potrei giocarmi una buona fetta di lettori solo rivelando la mia fede calcistica), ma da persona umana e civile quale sono tendo sempre a trovare piuttosto sciroccati quelli che si invasano a questa maniera, per ragioni ben ovvie (e no, non vorrò mai convincermi che la visione di un assist di Clarence Seedorf sia più eccitante per un uomo, di un culo o due tette).
Fatto sta che, sfangata la conversazione milanista (che si insinuerà di nuovo a più riprese nel nostro breve ma intenso scambio culturale), si passa ad altri argomenti standard della rosa delle banalità da chiedere ad una persona che hai conosciuto mezz’ora prima, che, nella fattispecie, si apre con la classica domanda: “Fumi?”
Lì per lì, babbalea che non sono altro, rispondo “ah si certo, a volte anche un pacchetto al giorno, diamine” e lui mi ribatte sorridendo: “naaaah, mica quella merda, insomma, ecco”.
Dunque rispondo che si, quando ero ragazzina ci davo parecchio dentro, ma ora tutto sommato mi limito, cioè, se gira ok, un tiro si fa sempre, ma non sono una di quelle che se lo va a comprare e poi adesso che studio è bene che sia concentrata, i miei amici di Milano non sono dei gran fumatori e figuriamoci se spenderei i pochi soldi che ho…
…non faccio in tempo a finire la frase che da un pacchetto di Marlboro rosse zompano fuori diverse cose fumabili che non hanno l’aria di essere sigarette: “cià, le ho fatte su prima di salire, si sa mai, alla fine se non incontravo te non mi passava neanche a morire, sai com’è, comunque oh, ce ne andiamo in bagno e ce ne facciamo una, in scioltezza, fumi quanto ti pare, oh, il resto me la faccio io, dai, almeno fammi compagnia, và che è afghano, roba buona, si sbriciola senza accendino, oh, se non l’avevo già fatta su ti facevo vedere, senza accendino“.
E facciamogli compagnia, mi dico. Non posso proprio dire di esser mai stata ammazzata da una canna. E poi il tipo è tranquillo, sicuramente non di gran doti intellettuali ma non mi da proprio l’aria di quello che ti chiude nel cesso e ti stupra brutalmente. Dopotutto, anch’io ho da passare più di tre ore su questo convoglio. Su due piedi non ricordo precisamente quanto tempo sia passato dall’ultima volta che ho fumato qualcosa ma sono convinta che sia tanto, quindi mi faccio conscia del fatto che le mie reazioni potrebbero non essere esattamente quelle di un’abitueè e decido di andarci piano.
Andiamo nell’eccelso water closet dell’interregionale, bestemmiamo un po’ allegramente sulla imprescindibile puzza di merda e ci accendiamo sta benedetta canna. Io - lo giuro - faccio al massimo tre-quattro tiri, per poi passarla gentilmente. Tre-quattro tiri suoi ed è di nuovo in mano mia. Per gentilezza non rifiuto, altri due o tre e la ripasso. E insomma, alla fine dei giochi, ce la siamo divisa, sottolineando quanto la mia persona non sia incline a mantenere buoni propositi nelle situazioni di tentazione.
Già durante l’operazione, inizio a percepire quel vago sentore di devasto psicofisico che è proprio della sensimilia.
Appena finito, torniamo tosto ai posti di comando ed io, non negherò, sono già piuttosto in un altro mondo.
Vedete, sono il tipo di persona che tende a subire molto l’effetto delle droghe leggere e nella maggior parte dei casi vivo quell’alienazione vagamente allucinata che mi porta ad avere una visione distorta e paranoica dell’ambiente circostante, specialmente quando non sono con amici comodamente a casa ma su un treno con uno sconosciuto e 40 gradi all’ombra, anche se è notte.
Non faccio mistero nemmeno al tizio di non essere proprio del tutto a posto, al che lui incalza: “ahaha, te l’avevo detto che spaccava, neh? Roba buona, me l’ha data un mio amico, io mi ci sballo, ahaha, dai che tra un po’ ce ne facciamo un’altra”.
Morale della favola, nell’arco di un’oretta l’interregionale è diventato una stazione aerospaziale, ogni persona che si muove intorno mi fa sussultare, ho la cera di uno che si è fatto tre funerali di fila e non riesco più ad articolare un discorso con il minimo senso compiuto. Per di più, le mie facoltà di comprensione sono dannatamente compromesse ed il tizio, ancor più logorroico e ridanciano di prima, mi inonda di discorsi di cui non carpisco una mazza, per lo più a tema calcistico, a tema Milano o a tema “storie di ex andate a puttane” per le quali mi viene pure richiesto un parere femminile (“oh, ma tu che sei donna, secondo te…?“) a cui ho probabilmente risposto blaterando citazioni letterarie a caso soltanto per confonderlo e tentare di metterlo a tacere.
In verità il suo modo di fare amichevole mi mette a mio agio anche in questo momento di psicosi, ma dopo un po’ non riesco veramente più a seguire il filo dei suoi voli pindarici e imploro mentalmente un’improvvisa overdose di silenzio e tranquillità.
Tranquillità che, chiaramente, non mi viene concessa fino alla fine del viaggio.
Me la cavo cercando di concentrarmi sul fatto che tra poco sarò fuori di qui e quell’anima pia del mio ragazzo sarà al binario ad aspettarmi per caricare il mio corpo quasi esanime in macchina fino a casa (cosa nondimeno positiva visto che, generalmente, il fumo mi danneggia anche dal punto di vista motorio e tornare a casa a piedi e con valigie, a mezzanotte, con la capacità di coordinazione ridotta all’osso, potrebbe provocarmi danni di varia entità e vari livelli di permanenza).
La cosa buffa è che, prima di congedarci, il tizio mi riempie anche di complimenti, dicendomi che ci sto troppo dentro e sono stata super-simpatica anche se da circa due ore lo sto visualizzando a forma di Grande Puffo e le poche parole che gli ho rivolto non avevano probabilmente una mezza connessione con quello che stava dicendo lui.
Mi congratulo io stessa col mio ego per aver gestito la faccenda senza troppi danni e da un certo punto di vista mi sento di portare a casa una notevole buona azione quotidiana: certo, ci volesse così poco per mandare in visibilio chiunque sarei a cavallo di un destriero, ma sono troppo stralunata per formulare una morale più profonda in merito.
Ultima ma non ultima, la reazione del mio ragazzo quando mi vede arrivare alla stazione: spiegargli come è andata è troppo difficile in questo momento e non riesco a fare altro che riempirlo di bacini e smancerie come una quindicenne in compagnia del suo primo fidanzato.
Il giorno dopo, mi è stato persino detto che “ieri sera facevi morir dal ridere“: cazzo, che bello aver vissuto per qualche ora in un mondo dove tutti sono contenti solo a vederti completamente fatta.