Io, al contrario di Gnubby, non ho un’effettiva collezione di storie di vita vissuta in compagnia dei vari e meravigliosi fruitori del servizio Trenitalia. Ho qualche aneddoto – tutti ne abbiamo. E così volgo nostalgicamente il pensiero a fantastici momenti di fratellanza italo-tunisina, ai fondamentali insegnamenti zingari circa donne, costumi e radicali risparmi sul biglietto del FrecciaRossa, alle potenti esperienze mistiche vissute in compagnia di fricchettoni pentiti. Nemmeno uno di questi ricordi, purtroppo, ha la sostanza – l’essenza – del buon racconto. Una storia, però, ce l’ho anch’io. E’ la madre di tutti gli aneddoti. La prima volta, quella indimenticabile, quella che diventa inarrivabile paragone. Ma per raccontarla come si deve conviene risalire al principio…
E’ il giorno del mio ritorno a Torino. La partenza è un evento sempre particolare: triste per questi, gioioso per quelli, malinconico per tutti. Le mie partenze non hanno mai connotati speciali. Mi piace viaggiare e mi distraggo con grande semplicità. Quello che detesto delle partenze sono i preparativi. Li aborro. Sono il mio incubo peggiore, il mio inferno. Mi spiego meglio. Mi trovo sp(sempre)sso a fare il giorno della partenza tutto quello che avrei dovuto fare durante la settimana di permanenza, spesa depravatamente tra losche amicizie, gozzoviglie e le letali spire della marijuana. Questi tre fattori hanno comportato, nel corsi di vari anni, una totale perdita di produttività mattutina. Forse produttività risulta essere un termine blando e poco esplicativo: meglio usare vita. Comunque, prodigiosamente risorto dal mio sepolcrale giaciglio, dedico il primo pomeriggio e la sera a risolvere tutti i problemi colpevolmente ma allegramente ignorati: pago multe, tasse universitarie, amici, nemici, parenti, forze dell’ordine, avvocati, notai, compagnie telefoniche, poste e Comune. Metà dei fuochi del Capodanno Pisano sono usciti dai miei parcheggi creativi in centro storico. Placata la parte maggiore possibile dei miei creditori, mi ritrovo senza tempo e denaro. Come se non bastasse, sono le nove di sera, puzzo come un cammello e non ho ancora preparato lo zaino. Che fare? Voglio disperatamente vedere la mia lei l’indomani, non c’ho (più) un cazzo di soldi e di treni, a quest’ora, nemmeno l’ombra. Me tapino, me sciagurato, sigh, sob, specialmente considerato che più rimango a Pisa, più sarò costretto a buttare soldi, meno possibilità avrò di partire. Quindi, come ogni depresso che si rispetti, mi metto al computer e vado su internet. Apro trenitalia.it tanto per farmi del male e, con la speranza morta nel cuore, digito sospirando partenza e destinazione. Accade il miracolo. Un treno. Un treno? Alle 3 e 29? Posso partire! Costa pure di meno, 29 euro ed è un diretto. E poi cazzo, sono le dieci, ho ancora un sacco di tempo e, cosa assai più importante, un’ottima scusa per passarlo ininterrottamente davanti a un videogioco del 2003! Alle 3 e 05 rinvengo dal mio torpore ludico tecnologico. Compongo uno zaino di tre jeans, un calzino, mezza mutanda e varie felpe, ci butto il portatile, mi incammino verso la stazione.
Un fulmine squarcia il nero cielo e la fontana della stazione, a secco dalla vittoria dell’Italia ai mondali, è oscuro monito delle cose a venire. Mi immergo nei bassifondi pisani alle 3 e 15 (parliamoci chiaro, gente: Pisa non è un posto pericoloso, ma se c’è un luogo che può dare quantomeno l’impressione di esserlo, quel luogo è la stazione dopo le due e mezza del mattino – il vero ghetto pisano, yo). Entro più anonimo che posso e me ne vado verso la macchinetta self-service, tre banconote da cinquanta nel portafoglio e qualche spicciolo in tasca. Due ragazzoni neri e uno spettro bianco che fino a mezzo secondo prima sembrava dormire, iniziano a volteggiarmi intorno come avvoltoi. A oggi escludo che volessero assicurarsi del mio corretto utilizzo della biglietteria automatica. Cerco di occultare i cinquanta euro che infilo nella vorace bocca del dispositivo. Uno dei ragazzi neri fa qualche passo verso di me, arraffo frenetico le banconote di resto, abbandono le monete e, impavido, mi avvio verso i binari.
Piove. Avrei scoperto, col passare del tempo, che quando si prende il notturno piove sempre. Non solo piove, ma fa pure un freddo cane, anche in pieno Luglio. E’ inevitabile. Fa caldo solo quando ci si copre come eschimesi. Il treno è già lì, fermo, come se esistesse da sempre. Di controllori, però, non ne vedo. Di passeggeri nemmeno. Sbuffo condensa e salgo, col mio bravo biglietto e il mio faccione pallido pieno di acneiche cicatrici. Mi trovo davanti alla riproposizione moderna e ferroviaria della terza classe del Titanic. Il pavimento degli stretti corridoi è un’ininterrotta moquette umana. Altri passeggeri dormono negli scompartimenti o forse sono semplicemente morti, continuando però ad emettere afrori sicuramente proibiti dalla convenzione di Ginevra. Pochi non dormono affatto, osservando con occhi brillanti nella penombra il mio passaggio. Ciò che allora più mi confuse – com’ero ingenuo! – era perché tanta gente scegliesse volontariamente di viaggiare ad un orario proibitivo, in condizioni inumane. Trovo il mio scompartimento dopo aver fatto abbondantemente bestemmiare lunghi tratti di moquette. Il mio posto al finestrino è occupato, ma un altro sedile è incredibilmente sgombro. Butto la valigia sulla rastrelliera e mi siedo, la giacca sulle spalle, portafogli e biglietto nella giacca, incerto se addormentarmi o meno. I miei compagni di viaggio sono un trio d’energumeni e un mucchietto di vestiti male assortiti gettato su un sedile, animato occasionalmente da sospiri tremuli che palesano pallida carne. I tre uomini, scuri in volto e tamarri nelle vesti, parlano fitto tra di loro in una lingua primitiva che, dopo una buona decina di minuti, riconosco come un gutturale dialetto italiano. Colgo l’occasione per sottolineare che tutto ciò che sto scrivendo è realmente accaduto: nessun tentativo strumentale di stereotipare, ma precisa narrazione del vero. Avendo associato almeno parzialmente l’idioma all’italiano, riesco a ricostruire qualche frase e a carpire il senso generale della conversazione, che sembrerebbe concernere le migliori strategie adottabili onde far “ascì Giggi e’ presòne”. Chiudo gli occhi. Prima di salire sul treno, per propiziare il sonno, ho fumato come un giamaicano. Sul treno il risultato è catastroficamente opposto: l’orrida sostanza amplifica le mie borghesi paranoie e nell’arco di due minuti sono arrivato alla conclusione che sarò derubato e ucciso. O al limite viceversa. Mentre sono perso nelle mie angosciose elucubrazioni, il fagotto di indumenti si alza e se ne va, presumibilmente, in bagno. L’uomo che mi sta seduto di fronte si alza e prende la giacca dell’assente. Trova il portafoglio nell’arco di pochi secondi. Lo svuota rapidamente, distribuendo qualche banconota da venti ai suoi compari e intascandosi un pezzo da cinquanta. Io, dopo momenti infiniti d’incertezza, ho aperto gli occhi. Lui mi guarda. Io lo guardo. Lui mi guarda. Io lo guardo. Lui mi lascia dieci euro. Gli altri due si alzano e lasciano lo scompartimento, lui mi lancia un’ultima occhiata e li segue. Io rimango lì, da solo, con dieci euro in grembo. Mi sento piuttosto confuso. Decido di aspettare l’uomo in bagno. Poi mi convinco che accuserà me di averlo derubato e chiamerà i controllori che magari chiameranno la polizia. Considerando che ho ancora qualche canna in tasca gradirei evitare questo scenario. In preda a paranoie ormai irrefrenabili, prendo la decisione più logica: vado di persona a cercare un controllore. Parto dalla carrozza 8, la penultima del treno, e risalgo fino alla seconda. Un’esperienza dantesca, della quale ho memorie imprecise, prevalentemente sensoriali: gemiti, fetore, lo sferragliare caotico tra vagone e vagone, sussurri ininterrotti e incomprensibili, ogni tanto grugniti e urla se pesto una mano, o un piede, o una gamba. Di controllori nemmeno l’ombra. Si sono asserragliati nella carrozza numero uno, bloccando le porte, come ultimi superstiti di un’epidemia zombie. Ecco spiegato, comunque, lo spropositato numero di passeggeri: a meno che non si voglia spassionatamente donare 29 euro a Trenitalia, su questo treno si viaggia gratis. Distrutto nel corpo e nello spirito, decido di perdere la mia umanità e diventare parte della grande moquette. Mi manca un cuscino, però. E mi rendo conto di essermi dimenticato lo zaino nello scompartimento. Dallo scompartimento 2 allo scompartimento 8, con la certezza di aver perso per sempre un portatile abbastanza nuovo da funzionare decentemente e abbastanza vecchio da avere dentro un bel po’ di materiale importante. Arrivo allo scompartimento. Del derubato nessuna traccia. Il ladro e i suoi complici sono tornati ai loro posti. Il mio zaino è sulla rastrelliera. Non mi degnano di un’occhiata, nonostante i miei lucciconi e l’abbraccio passionale col quale mi porto il Seven delle mie scuole elementari sulle ginocchia. Ogni cosa al suo posto. Sospiro, alzando il capo con rinnovata fiducia nel mondo e nelle persone. I miei compagni di scompartimento, intanto, stanno tirando cocaina sui tavolini pieghevoli. Valuto un attimo la situazione. Ho le palpebre di piombo e la testa ciondoloni, più soldi nel portafogli della precedente vittima, i colpevoli sicuramente rinvigoriti e poco inclini a improvvise botte di sonno. Avendo superato Genova da un pezzo, mi sembra il caso di tentare la fortuna lontano da questo scompartimento.
Mi spingo per l’ultima volta verso i primi vagoni. Sono le 6 e mezza del mattino, è ancora buio. Nonostante l’ora, il silenzio è irreale. I miei passi attutiti sono accompagnati da un respiro collettivo placido e regolare. Non un sospiro, non un rutto, non un peto ad incrinare questa calma perfetta. Sto assistendo alla convivenza armoniosa di centinaia di persone disarmoniche, costrette in un contesto più che ostico. Senza ridimensionare, un momento di grazia ultraterrena. Arrivo alle soglie del primo scompartimento. Protendo un dito tremante verso il pulsante per l’apertura porte. I miei occhi intuiscono, attraverso i vetri sporchi, scompartimenti meravigliosamente vuoti e puliti. Mentre osservo a bocca aperta e sbavante il paradiso preclusomi, la soglia si dischiude rumorosamente. Due carabinieri si inoltrano incerti nel carnaio. Li guardo sparire. Il passaggio tra i vagoni è sgombro. Lo attraverso con studiata lentezza. Il primo scompartimento che trovo è quello giusto. Unisco tutti i sedili in un enorme matrimoniale e mi addormento con i primi raggi dell’alba. Un’ora e mezza dopo vengo svegliato da una mano maschia sulla spalla. Il treno è arrivato da un’ora e mezza e i carabinieri mi invitano a scendere.
La stazione di Torino mi accoglie in tutta la sua fredda passività. Il notturno è arrivato al capolinea.
Arrivo a casa in metro, mi butto nel letto e mi faccio abbracciare. E’ quando siamo in due a sorridere che mi rendo davvero conto che ne varrà sempre la pena.